Vino vegano certificato, la nuova frontiera

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La cultura vegana, con tutte le sue contraddizioni, approda in vigna e dispensa certificazioni a chi non fa uso di sostanze di origine animale per produrre il nettare di Bacco.

Ad esempio la cantina friulana Vigne Del Malina offre al pubblico una linea vini vegani con l’attestazione di “Certification Europe Italia”. Società quest’ultima, che ha stipulato un’ intesa con la Vegan Society inglese per poter registrare prodotti e servizi del nostro territorio che rispettino gli standard vegani.

Le Vigne Del Malina è conforme alle esigenze che la certificazione impone ai produttori e può quindi fregiarsi del noto logo con il girasole verde. L’azienda di Orzano di Remanzacco (Ud) ha voluto evitare prodotti di provenienza non vegetale, nella ferma convinzione che il vino può essere anche “pulito e semplice”  affermazione dell’azienda per definire un vino che viene solo dalle piante. I vini certificati sono:

– tre rossi (Merlot, Refosco dal Peduncolo Rosso e Cabernet Franc)
– tre bianchi (Pinot Grigio, Chardonnay e Sauvignon)
– tre macerati o orange wines (Pinot Grigio Ram, Chardonnay Aur e Sauvignon Aur).

Anche i vini della Cantina Aldeno, in Trentino, sono totalmente privi di sostanze di origine animale. A questi vini spetta l’etichetta rilasciata dall’Icea di Bologna, che si aggiunge alle denominazioni Doc e alla certificazione biologica delle quali già godono i prodotti della cantina di Aldeno. Sulle bottiglie, quando andiamo alla voce abbinamenti, possiamo leggere: “Ben si accosta a pietanze diverse”. Niente brasati o formaggi per il rosso da uve Pinot Nero, ma è lo stesso per il Cabernet, lo Chardonnay, il Gewurztraminer. Un’annotazione che esprime chiaramente la filosofia aziendale: “Niente animali per produrre vino e niente prodotti di origine animale negli abbinamenti del vino vegano”.

Un percorso faticoso e complesso quello che ha portato a ricevere la certificazione rilasciata dall’Icea (Istituto Certificazione Etica e Ambientale). Un viaggio intrapreso dai soci della cantina trentina, ben 408, il cui presidente, Alessandro Bertagnolli, è il degno rappresentante, essendo vegano. Quarantamila quintali d’uva tutta vegana dove ogni passaggio che porta alla creazione del vino, dall’uva alla bottiglia, è stato controllato e verificato con assoluta attenzione a tutto vantaggio di un prodotto già apprezzato sul mercato per via delle uve biologiche selezionate con cura ancor prima della nuova avventura vegana.
Durante la prima annata di produzione in regime vegano sono state prodotte 15mila bottiglie. Il prezzo? Per nulla caro, una bottiglia di Pinot Nero costa poco meno di 10 euro. Le vendite sono assicurate, visto che le prenotazioni arrivate hanno fatto sì che anche l’annata 2016 sia già stata opzionata dal pubblico.

Due parole sul veganismo:
una filosofia di vita impostata sul rifiuto di ogni forma di sfruttamento degli animali, per le necessità alimentari, così come per l’abbigliamento, i servizi e via discorrendo.
La coniugazione dietetica del veganismo (conosciuta anche con l’appellativo di vegetalismo) impone una pratica alimentare che esclude tutti i cibi di origine animale.
Negli ultimi anni è cresciuto in maniera significativa nel mondo, come in Italia, il numero dei vegani e la domanda che ci poniamo e se essi possano bere il vino. Ovvio che possono, ma la filosofia vegana, così come per il cibo, obbliga i vignaiuoli a non fare uso di sostanze riconducibili al mondo animale. Tante, infatti, sono questo genere di sostanze, ad esempio le gelatine utilizzate per le chiarifiche, l’albumina, la chitina, la colla di pesce ed altre ancora.

Per il vino esiste da poco una certificazione Vegan, quella appunto rilasciata dall’Icea di Bologna che, dopo un lungo percorso, ha definito un disciplinare di produzione molto preciso. Tra le regole volute da Icea, anche le indicazioni da riportare in etichetta, compresa la proibizione, come abbiamo visto all’inizio dell’articolo, di fare riferimento ad eventuali abbinamenti con carni, uova, latte e derivati.
Come per la certificazione biologica e biodinamica, anche quella vegan prevede una lunga prassi burocratica e alcuni costi da sostenere. Ma se un produttore vuole evitare tutto questo, può comunque indicare in etichetta il Regolamento Europeo 1169/11, art. 36 (b), in cui esplicitamente si dice che su base volontaria il produttore può inserire informazioni relative all’idoneità di un alimento per vegetariani e vegani.
Una forma di autocertificazione indirizzata alle persone che hanno deciso di vivere “cruelty free”.
Per definizione un vino vegano è innanzitutto biologico e biodinamico, però proprio qui nascono i primi problemi. Molti produttori tornano all’uso dei cavalli e dei buoi per la trazione delle macchine agricole in controtendenza alla filosofia vegana, che impone di non usare gli animali nemmeno come forza lavoro.
Se andiamo a fondo all’argomento, ci troviamo di fronte ad un paradosso vegano, giacché anche il semplice dissodare il terreno prevede una vera e propria strage di esseri viventi, topolini di campagna, lucertole, lombrichi ecc.
Che dire poi dell’uso dei concimi organici, piuttosto che quelli di sintesi. Una panacea per il mondo salutista e vicino alla natura, però c’è un neo anche qui: produrre letame prevede l’allevamento, e quindi, lo sfruttamento degli animali.
Un purista vegano potrebbe anche dire che per produrre vino c’è bisogno di microorganismi che, sebbene non facciano parte del mondo animale, sono pur sempre esseri viventi che noi sfruttiamo per un nostro tornaconto.

Insomma, probabilmente un vero vino vegano forse non potrà mai esserci, perché se ci fosse, sarebbe contro qualsiasi logica economica e di mercato. Ma un plauso va comunque a chi costantemente cerca di produrre ottima qualità con una sempre maggior attenzione alla natura che ci circonda.

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